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  • di Mauro.Antonio.Fabiano
    La crisi critica della sociologia italiana
  • di acfreschi
    "Anatomia" di un concorso
  • di aorsini
    IL DEGRADO DELLA SOCIOLOGIA ITALIANA

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Dibattiti sul futuro della nostra disciplina

Dove va la sociologia italiana?

, July 12, 2010

Non è da oggi che si parla di crisi della sociologia in Italia, ma di certo negli ultimi mesi la percezione di un malessere diffuso è andata crescendo, tanto da indurre alcuni esponenti "storici" della disciplina ad esprimere il loro disagio e ad avanzare ipotesi diagnostiche.

Peraltro, di crisi delle scienze sociali e più in generale delle università  si parla non solo in Italia, tant'è vero che l'International Sociological Association ha lanciato qualche mese fa un blog dedicato appunto al tema.

La discussione in corso, in Italia e altrove, non poteva lasciare indifferente "Sociologica", e infatti diversi dei suoi membri hanno contribuito a essa con interventi e osservazioni, che possono reperirsi ai seguenti link.

Vi invitiamo quindi a leggerli e ad aprire una discussione anche su queste pagine, usando i commenti, inseribili da tutti gli utenti registrati.

Keywords: sociologia, Italia, dibattito, università
Comments
Mauro Antonio Fabiano, 05-11-2010, 02:38
La crisi critica della sociologia italiana
Nel leggere le esternazioni di delusione di Orsini credo che il commento che più facilmente viene alle labbra sia "finalmente qualcuno si muove",  oplà facciamo forza e denunciamo tutte le "ingiustizie" che riteniamo di aver subito! Ma ci siamo chiesti: lo potremo fare? No! Del resto lo stesso Orsini denuncia parole di tipo intimidatorio che gli sono state rivolte durante l'ultimo convegno dell'associazione. Quello che Orsini ha denunciato è un fatto! Serio purtroppo, ma partiamo dal fatto! A suo giudizio ha subito un'ingiustizia sul piano morale e questa è una sua opinione soggettiva. A questa opinione si affianca quella del suo "referee" presente nella commissione. Ma queste sono appunto opionioni. L'altro fatto importante è l'irregolarità formale e di questo se ne occupa la magistratura amministrativa. Quindi, lasciamo perdere questa storia. Quello che invece questa "storia" ci dice sul piano della realtà è che l'apparenza ha vinto! Noi siamo come ombre che appaiono o scompaiono a seconda che i nostri referenti scientifico-accademici assumono potere. In questo caso di Orsini il suo referente scientifico-accademico non aveva potere nel contesto della commissione. Quindi il suo risultato non poteva che essere negativo. Anche nel mio caso in due occasioni è accaduto lo stesso. Ma il problema, come giustamente ha messo in evidenza Anna Carola Freschi, sta "a monte" della sociologia italiana di oggi!! Da quando la sociologia italiana è entrata in accademia, lentamente ma inesorabilmente ha perso la sua capacità critica, sia verso il mondo che la circondava, sia verso se stessa. Il paradosso sta nei fatti: nel momento in cui in Italia si sta vivendo una situazione composta da fenomeni che dovrebbero essere una vera e propria manna per i sociologi che volessero analizzarli criticamente, prevalgono invece soggettivismi e personalismi, da coloro che si trovano più in alto giù giù fino a coloro che sono alla base della piramide accademica. La sociologia si fa in "altri" luoghi, anche se in molti casi diventa sociologismo. I "nostri" sociologi (non tutti per fortuna) si chiudono nelle loro stanze e pedissequamente perseguono la coltivazione del loro piccolo orto. Ho seguito anche io i lavori del convegno di Milano e quello che più mi ha spaventato è stata la pochezza dei contenuti. Non solo dei cosiddetti grandi, ma anche dei piccoli: ho assistito ad una miriade di ricerchette che i piccoli stavano facendo, ho assistito a paroloni che molte volte non significavano nulla. Per fortuna in questo baillame di pochezza qualcuno (il presidente uscente e pochi altri) ha posto un problema che per i sociologi dovrebbe essere imbarazzante: facciamo ricerche, elaboriamo schemini e modellini di riferimento, che a loro volta si rifanno a modellini e schemini già presenti in passato, ci arrotoliamo letteralmente sulle questioni metodologiche e tecniche, ma non abbiamo un vero pensiero, una teoria o almeno degli abbozzi di teorie che possano essere veramente connessi alla pratica empirica. Questo è un problema sostanziale a mio avviso e di cui pochi parlano. Quello che attualmente si fa è costruire piccole teorie che poi sono pedissequamente confermate empiricamente. Abbiamo perso l'ampio respiro dei "classici". Respiriamo con difficoltà.
Ebbene, in tutto questo improvvisamente risalta la questione del personalismo, del soggettivismo, della mancata relazione fra le diverse posizioni (solo sul piano accademico si intende), mentra il mondo "va avanti" e noi siamo sempre più in ritardo. Se continuiamo così si muore, verrebbe voglia di dire. Riconosciamo prima di tutto questa situazione e muoviamoci: cominciamo ad intrattenere relazioni fra noi (personalmente durante il convegno ho trovato molto più produttivi dialoghi che ho avuto con altri colleghi, passeggiando, prendendo un caffé, bevendo un aperitivo, che "ascoltare" le ufficialità già predisposte), cominciamo a liberarci dei vari lacci che ci soffocano e liberiamoci delle strettoie accademiche. Ma mi si potrà obiettare: purtroppo quelle strettoie esistono e noi dobbiamo pure tenerne conto. Certamente, su questo sono d'accordo, ma qui dovremmo farci un esame di coscienza interiore ed affermare che nel momento in cui siamo entrati nel sistema siamo stati costretti ad accettare le regole, che già conoscevamo peraltro (anche i giovani ricercatori che sono entrati in età poco tempo dopo la laurea hanno avuto i loro referenti, non illudiamoci!). Personalmente se guardo alla mia storia posso solo dire che la passione mi ha fatto scegliere questa carriera, quella che invece manca in tanti e tanti accademici, o che l'hanno persa nel corso del tempo (ero un dirigente pubblico e ora sono un soldato dell'accademia con una decurtazione dello stipensio di circa 1.000 euro mensili e con questo ho detto tutto, come diceva Totò). Credevo di trovare un altro mondo, di vivere altre tensioni, invece le uniche emozioni che oggi riesco a trovare e a viverle intensamente sono i contatti con gli studenti, vedere il loro interesse, suscitarlo, cercare di sviluppare in loro un senso critico fondamentale per la nostra scienza sociale. Nei miei colleghi, ad esclusione di alcuni a cui mi legano affetti ed amicizie che vanno oltre la vita accademica, trovo poco o nulla. Eppure credo che se riuscissimo a collegarci fra noi, a confrontarci e dibattere a rivedere posizioni a cogliere insieme i problemi da affrontare, ancora la sociologia in Italia potrebbe avere un importante ruolo scientifico. Un'illusione forse, ma che dovremmo perseguire comunque, almeno per provarci!
Un'ultima questione: il merito! Su questo punto devo dire la verità non ci ho mai creduto e non ci credo tuttora. Chi decide il merito? Ci sono criteri "oggettivi" per decidere se uno è migliore di un altro? Non credo che le "comparazioni" così come sono predisposte oggi per la valutazione abbiano una benché minima credibilità. Il numero dei libri, gli articoli, i referee, ecc. non dicono nulla se un lavoro che si sta compiendo ha significatività nel campo scientifico. Tutto può essere "pilotato" e lo sappiamo benissimo! Ha invece significatività un termine che tutti utilizzano, perfino nei criteri a cui si dovrebbero attenere le commisioni di esame, ma che nessuno cerca di cogliere, infilati come sono nel tunnel delle "appartenenze": l'originalità! Ma come si decide se un lavor è originale o meno? Nel cogliere l'argomentazione e lo sviluppo di una tematica, sia sul piano teorico sia su quello empirico. Cosa dice di nuovo questo testo? Nulla, poco, abbastanza, molto (scala di valori), qualitativamente motivati. Ma basta questo per poter definire l'originalità? Certamente no! A questa vanno affiancati altri fattori concernenti il curriculum e i "campi" e gli "oggetti" di cui ci si è occupati, considerando il fatto che purtroppo molto spesso accade che un libro viene riscritto tantissime volte, mediante operazioni di taglia e incolla, e spacciato per nuovo! Questa per così dire "tecnica" ha portato in cattedra diversi sociologi.
Ma c'è un altro punto che forse è ancora più sconvolgente per come oggi si fanno i concorsi: i raggruppamenti disciplinari esistenti fanno sì che sia possibile trovarsi in commissione incompetenti nel giudicare i lavori di coloro che si presentano. Nei grupponi da SPS/07 fino a SPS/12 si trovano tante materie che non danno possibilità di essere giudicati veramente come originali studiosi. Il caso più emblematico è costituito dal gruppo SPS/07 dove ci si trova di tutto.
Le possibili soluzioni tecniche a questo grosso problema potrebbero essere due: a) ritorno alla specificità della materia, nel senso che si bandiscono posti per quella materia in quanto necessita nel corso formativo universitario e solo per quella con esperti del settore specifico (così si evitano accumuli di candidati); b) cambiare tutta la procedura, prevedento che al candidato venga affidato un tema da trattare nel corso di un tempo prestabilito congruo, per una materia prestabilita, il cui risultato finale potrà essere costituito da una dissertazione scritta,  che poi sarà giudicata prima da un collegio di competenti di quella materia, estratti a sorte da un elenco nazionale, e poi dall'intero collegio di docenti dell'università che ha bandito il concorso per il posto, con prova finale di discussione del lavoro. In questo modo non solo si potrà giudicare la capacità di raccolta, elaborazione e costruzione scientifica di ogni candidato, ma anche la capacità di discussione e dialogo.
Sono consapevole che alla base di tutto ciò ci dovrebbe essere un'etica diversa, un rapporto fra le persone basato sulla lealtà, una critica soggettiva interiore che ci permetta di avere sempre dei dubbi sulle nostre convinzioni e la voglia di apprendere cose nuove anche da altri che pure sono "inferiori" nella cosiddetta "gerarchia" accademica, l'eliminazione delle appartenenze, e altro ancora che oggi impedisocno un giudizio sereno (quante volte ho sentito commissari che erano sinceramente imbarazzati nell'ammettere di essere stati quasi violentati nel dare giudizi che assolutamente non avrebbero mai dato!).
Comunque un fatto problematico su questo piano resta e dovremmo cercare di risolverlo. Facciamolo insieme, senza distinzione di ruoli e posizioni gerarchiche. Confrontiamoci fra noi e ricordiamo che dopo tutto la "Crisi" esistente nella sociologia è forse uno stato perenne della nostra disciplina, anzi forse potrebbe essere la crisi la base fondativa di essa perché proprio la critica continua di noi stessi e della stessa crisi potrebbe tirarci fuori dall'ordinaria burocratizzazione sempre più crescente nelle nostre università!
Anna Carola Freschi, 24-10-2010, 16:08
"Anatomia" di un concorso

Intervengo nel dibattito avviato da Alessandro Orsini con la sua denuncia, visto che ho partecipato anch’io allo stesso concorso. Il collega ha fatto bene a denunciare quelle che reputa gravi irregolarità formali. Dalla lettura dei verbali (http://www.uffdoc.unich.it/5sedsps11IIfasciaI2008ss.htm), a me sembra che il “professore ribelle” le cui gesta sono narrate da Orsini abbia chiesto alla commissione di aggiornare i lavori, per verificare la regolarità delle procedure, dopo aver approvato tutti i giudizi. Senza altri elementi non mi sentirei di dare a questa azione necessariamente il significato di una ribellione. Detto questo, ribadisco che Orsini ha fatto benissimo a sporgere denuncia se ritiene di averne gli elementi: ogni candidato che si trovasse in questa situazione dovrebbe fare lo stesso. Personalmente, limitandosi la mia conoscenza a quanto riportato nel verbale, non ho elementi di questo tipo. Aggiungo, per chiarezza e a scanso di equivoci, che reputo il risultato finale del concorso di Chieti non del tutto equo. Pur non avendo letto le pubblicazioni di tutti e non avendo assistito alle prove didattiche (anche se l’accesso era libero, la porta aperta), penso che quella distribuzione dei punti non faccia giustizia del percorso professionale e dei titoli dei cinque candidati che si sono presentati alle prove.

La lettera con la quale Orsini rende pubblica la sua denuncia invece nel complesso non mi convince. Non mi convince perché mette insieme (almeno) due piani che - lo sanno anche i sassi - nei concorsi universitari (ma non solo in quelli) possono viaggiare separati: quello della correttezza formale e quello della equità sostanziale (il famoso “merito”). Grazie alla discrezionalità di cui godono le commissioni, volendo, non c'è alcun bisogno di commettere irregolarità formali per premiare candidati meno meritevoli. Basta dare un’occhiata ai verbali (http://reclutamento.miur.it).  Maurizio Pisati, che da tempo raccoglie i verbali dei concorsi, potrebbe tenere una divertente lezione su questo sconfortante tema Occupiamoci allora di questo nodo, di come cioè si viene “riconosciuti” nella comunità dei sociologi italiani. Occupiamocene senz’altro a partire da questo concorso, come Orsini propone. Ma occupiamocene a tutto tondo.

Sia per essere parte in causa – ho avuto il peggior risultato in assoluto perché nessun commissario mi ha assegnato uno dei 2 voti di cui disponeva - sia perché tutti i non idonei di Chieti sono di fatto ancora sotto concorso (nei prossimi mesi ce ne sarà uno a Milano e uno alla Tuscia, per un totale di altre 4 idoneità da associato in Sociologia politica), eviterò di fare un’autovalutazione pubblica del mio CV o di quello degli altri concorrenti, idonei inclusi (chi vuole farsi una sua opinione può sempre dare un’occhiata sul web o, ancora meglio, in biblioteca, o in libreria).
Le candidature per questo concorso sono state formulate nel 2008. Malgrado il loro numero contenuto, i profili scientifici dei cinque candidati che si sono presentati alle prove erano piuttosto eterogenei tra loro: per quantità e tipologia di produzione scientifica complessiva, per il tipo di selezione che ciascuno ha fatto dei propri lavori da sottoporre alla commissione (c’era un limite), per curricula, per impegno didattico pregresso, non ultimo per età anagrafica e anzianità di ruolo in una interessante relazione inversa (Canzano, classe ’64, in servizio dal 2005, 3 anni di ruolo, ricercatore a 41 anni; De Nardis, classe ‘77 in servizio dal 2001, 7 anni di ruolo, ricercatore a 24 anni; Freschi, classe ‘65, in servizio dal 2005, 3 anni di ruolo, ricercatrice a 40 anni; Millefiorini, classe ‘65, contrattista, zero anni di ruolo, ricercatore chissà; Orsini, classe ‘75, in servizio dal 2004, 4 anni di ruolo, ricercatore a 29 anni). I candidati erano anche diversi per grado di autonomia o perifericità/centralità rispetto alle diverse “componenti” in gioco, quindi all’AIS. Non sarà difficile per nessuno farsi un’idea su tutti questi aspetti e su altri dettagli.
Il bando prevedeva un tetto di pubblicazioni: 7, a dire il vero un po’ pochine per un posto di associato. In genere, nei concorsi per ricercatore se ne presentano ben di più. E non si vince. In linea di principio, la scelta di limitare il numero di pubblicazioni da sottoporre a valutazione può essere condivisibile se è finalizzata ad un lavoro di analisi più accurato dei titoli migliori di ciascun candidato, collocati però nel quadro della sua produzione e attività complessiva. A Chieti più d’un candidato superava quel limite. Un tetto può essere utile nell’ottica di contrastare il problema della corsa a pubblicare, in fretta e comunque, indipendentemente da quanto/cosa di nuovo si ha da dire. Il fenomeno è reale e non nuovo. Non mancano casi di colleghi entrati giovanissimi in ruolo depositando in prefettura (sic) capitoli della tesi di laurea o dottorato come piccoli volumi (un libro è un libro, fine della discussione). E non si può dire neppure che queste scelte si siano rivelate ‘improduttive’: non è questo il punto ovviamente, dato che anzi in quella situazione ci si trova a partire con il piede giusto. Il problema è il criterio con cui queste scelte sono state fatte a scapito di altri giovani ricercatori. Né credo ci stupiremmo nel vedere nei prossimi anni crescere il numero delle riviste Isnn e “referate” (virgolette d’obbligo), ma in verità fatte del tutto “in famiglia”. Questa prevedibile risposta adattiva rischia di non mutare la sostanza del problema della valutazione della qualità scientifica e del suo riconoscimento, né della sempre più sbandierata “meritocrazia”. Si rischia, in altri termini, di perpetrare gattopardescamente lo schema corrente con una nuova facciata di correttezza tecnico-formale, di credenzialismo accademico e/o mediatico che permette di dare giudizi leggendo ben poco, sempre meno e sempre più fugacemente.
Da quel che si capisce, l’eccedenza di pubblicazioni (variegata per i 5 candidati) non è stata presa in considerazione dalla Commissione neppure nella valutazione curriculare, in virtù del limite posto dal bando. In maniera concorde sono stati quindi valutate esclusivamente le 7 pubblicazioni, isolate dalla produzione individuale più ampia di ciascun candidato. Il risultato ufficiale è che si diventa associati sottoponendo a valutazione solo volumi, anzi preferendo presentare “comunque volumi” seppure usciti con editori accademicamente “minori” (senza nulla togliere a questo importante e vitale settore dell’editoria nazionale), magari stampati grazie a fondi personali o di ricerca (non a disposizione di tutti), piuttosto che presentare articoli referati (quando ci sono). È questa la direzione nella quale vuole andare la “sociologia italiana”? Forse no, ma è questo ciò che si premia.  L’incentivo è chiaramente a pubblicare libri, purchessia incluse antologie e curatele (due tipologie di certo estremamente eterogenee) , e non articoli. L’importante è poter figurare con una lista di cose chiamate ‘libri’. Per i concorsi da ordinario, di nuovo, la quantità di volumi, qualunque contributo essi forniscano alla conoscenza ed alla comprensione della realtà, deve ritenersi il criterio principe?
Credo che (su questo faccio un’eccezione e mi sbilancio), se al 2008 nessuno dei CV dei cinque candidati ad associato spiccava nettamente su tutti gli altri (per brevità: monografie con case editrici prestigiose, magari internazionali; articoli su riviste referate di punta, magari internazionali; coordinamento di gruppi di ricerca, magari internazionali) qualche domanda in più ce la dobbiamo porre. E’ una caratteristica di questo piccolo settore della Sociologia italiana diventare associati con questo CV? E’ un effetto specifico dell’organizzazione dei concorsi per tornate e sedi locali, che in fin dei conti sembra rendere più frammentata ed opaca la comparazione ‘negoziata’ o la ‘deliberazione’ dei commissari? Cosa succede nei concorsi da associato negli altri settori? Ed in quelli da ordinario, nei quali non c’è (per i già associati) nemmeno la prova didattica?
Provo perciò a fare un ragionamento. Tagliando con l’accetta si possono fare due ipotesi: a) persone più brave ci sono ma ai concorsi non si presentano; b) persone più brave proprio non ce ne sono.
a) Se altri e più bravi candidati ci sono, bisogna chiedersi perché non si presentano. Forse non si presentano perché aspettano il ‘cenno’ del capo, in mancanza del quale hanno il fondato sospetto di perdere. O hanno l’altrettanto fondato sospetto che la loro sarebbe un’idoneità di carta, che non potrebbe essere spesa – per via della ristrettezza dei bilanci – né nella loro sede né, tantomeno, altrove. Si spiega forse così perché eccellenti studiosi, riconosciuti a livello internazionale, con una pila alta così di (buone o ottime) pubblicazioni da noi sono ancora (quando va bene) ricercatori o associati. Questi studiosi si ritrovano ad esser valutati da colleghi che ordinari lo sono di nome e, certo senza voler fare di tutta l’erba un fascio, non raramente anche di fatto, nel senso che non hanno mai prodotto nulla di "straordinario" nella loro carriera accademica: sovraccarichi di compiti istituzionali, non pubblicano, se lo fanno sono ossessivamente monotematici e per nulla innovativi, tra i giovani selezionano gli yesman, rifuggono le riviste referate, non trovano più il tempo di leggere, i loro nomi suonano estranei ai più (ma non ai vertici delle famigerate componenti o altre cerchie di potere). Forse per stanchezza, forse tenendo legittimamente a un minimo di amor proprio e difettando un po' di coraggio (le porte in faccia fanno male) ricercatori e associati di maggior valore non si avventurano nel mare aperto dei concorsi, pur sapendo di avere più titoli di coloro che quel posto probabilmente vinceranno. Forse, da strutturati, hanno deciso di abbandonare la gara “italica”, rinunciando all’ipotesi della sua riformabilità. E per i non strutturati, fuori dal sistema? Problema loro, al massimo li si incoraggia a prendere il largo verso altri più promettenti lidi.
b) Ma si può dare anche il caso che di più bravi, in quel settore e per quella fascia, proprio non ce ne siano. Lo standard che esprime la sociologia italiana, componenti o non componenti, è quello. Punto. Di più bravi non ce n'è perché, per le ‘nuove’ leve  (fino a 50 anni, via!), più bravi di così è difficile diventare in queste condizioni di lavoro (carico di lavoro burocratico, pochi fondi, troppa didattica, ingresso in ruolo tardivo, incertezza nella carriera, lealtà al “capo” etc.) e in questo paese, privo di un welfare adeguato. Dato che, per come la vedo io, non bastano pochi fuoriclasse a fare una comunità scientifica solida sul piano etico e scientifico (di cui Marco Santoro ha ribadito l’urgenza di una  rifondazione al seminario RIS di Milano) ma ci vuole un processo più ampio e partecipato, credo che a questi aspetti sarebbe necessario dare più peso nell’analisi della corrosione della disciplina e della professione. Le carriere scientifiche (scientifiche, non accademiche!) di buon livello, tranne rare eccezioni, si costruiscono nel tempo, sono il frutto di lavoro intenso, di condizioni materiali favorevoli, di reti relazionali, di scelte responsabili e corrette nel valorizzare nuove leve e pari, non sottovalutando anche il tipo di motivazione alla professione (come giustamente ha voluto ricordare Rocco Sciarrone allo stesso seminario RIS). Qualche volta, di certo, anche una buona dose di fattore C aiuta. E’ proprio dal punto di vista della “carriera” dei partecipanti che questo concorso è esemplare, un vero concentrato di eccezioni che confermano l’ordinaria e sottaciuta follia del nostro sistema. A 45 anni (vedi Andrea Millefiorini) si viene valutati “quasi idonei” (2 voti) per l’associatura senza aver mai avuto l’opportunità di diventare ricercatori. Si è quindi costretti a vivere di contratti di ricerca e di insegnamento. Andando a guardare i curricula dei cinque candidati, si scopre però che entrare in ruolo come ricercatori sotto i 30 anni (quindi almeno 15 anni prima) si può eccome, in concorsi regolarissimi, e sembrerebbe pure - lo dico senza nessuna intenzione di diminuire i pochi evidentemente baciati dalla fortuna - anche senza i meriti “eccezionali” che una tale “eccezione” richiederebbe. In tutta franchezza, mi sembra un problema di “meritocrazia” gigantesco, per gli individui e per il buon funzionamento di una comunità scientifica, su cui non si può tacere.
Di fronte a questo tipo di problemi, la discussione sullo stato della sociologia italiana appare invece ancora, e pure in questi mesi, non ultimo anche nel denso seminario RIS, del tutto distante dal dibattito pubblico sullo stato dell’università italiana, animato principalmente dai ricercatori “indisponibili” (http://www.rete29aprile.it) e precari (http://coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com), in prevalenza provenienti dalle facoltà “scientifiche”. Personalmente credo che se vogliamo cambiare le cose ci dobbiamo senz’altro occupare della correttezza formale. Siccome però non penso che il merito scenda dal cielo o che possa essere stabilito da un magistrato o da un software; siccome anch’io penso che la logica per componenti debba essere superata, credo che ci si debba  occupare delle condizioni per scalzarla e, sarò pessimista, non credo che si riuscirà a farlo sul piano della mera legalità formale, per quanto questa sia la pretesa minima da avanzare (in ogni disciplina, non ho dati certi per dire che in sociologia il problema sia più grave che in altri settori delle scienze sociali o di altre aree disciplinari, es: medicina).
Insomma, per dirla tutta, mi sembrerebbe paradossale che – nel bel mezzo di una discussione sulla sociologia, sui suoi oggetti, sulla sua funzione pubblica – proprio fra sociologi le questioni della carriera, della qualità scientifica e della “deontologia” professionale finissero per essere affrontate in termini puramente formali, senza mai entrare nel merito né delle precondizioni materiali e istituzionali in cui carriera, qualità scientifica ed etica professionale si sviluppano,  né dei contenuti della nostra produzione. Perché non discutere del problema chiave, a monte, del reclutamento e di come evitare la perdita di una o più generazioni di giovani con un solido curriculum? Perché non discutere del disegno delle carriere, del rapporto fra didattica e ricerca, della loro valutazione? Perché non prendere una posizione collettiva su questi problemi di grande attualità nel dibattito pubblico nazionale?
In una situazione critica come quella dell’università italiana “malata e denigrata”, e senz’altro della sociologia al suo interno, vigilare su come vanno i concorsi (il caso di Chieti nasce su un concorso per associato, non di ingresso nella carriera, né di accesso all’apice) è giustissimo ed è un lavoro da fare senz’altro anche facendo crescere la loro trasparenza. Un migliore “controllo” da parte della comunità scientifica  intera sarebbe favorito dalla più ampia pubblicità delle candidature (cv e elenchi delle pubblicazioni). In attesa di segnali in questo senso sul piano normativo o nelle prassi delle commissioni, cosa si può fare “qui ed ora”? Si potrebbe per esempio costruire uno spazio web (su Sociologica?), chiedere ai candidati a ciascun concorso (inclusi quelli per ricercatore, ovviamente) di inserire il proprio CV. Si potrebbe senz’altro cominciare dal concorso in questione.
Per concludere: ben venga l’azione legale se ce ne sono gli elementi. Ma non dimentichiamoci  che la questione “meritocrazia” non può essere affrontata in modo credibile restando muti sul lato più  grave e sostanziale della questione:è necessaria contemporaneamente una posizione di forte denuncia pubblica e collettiva sull’assenza di prospettive di inserimento per tanti colleghi che sono ‘fuori’ non per mancanza di titoli, ma per politiche (accademiche, locali e nazionali) irresponsabili e sbagliate. Non dimentichiamoci insomma che bravi si diventa.

Anna Carola Freschi

(Università di Bergamo)

alessandro orsini, 06-10-2010, 01:30
IL DEGRADO DELLA SOCIOLOGIA ITALIANA

Ho letto l’articolo, bello e coraggioso, di Marco Santoro presentato al seminario organizzato dalla “Rassegna Italiana di Sociologia” a Milano-Bicocca venerdì 1° ottobre 2010, in cui vengono rivolte alcune critiche molto dure alla suddivisione della sociologia italiana in componenti.

Intervengo nel dibattito sulla presunta crisi della sociologia italiana per richiamare l’attenzione della “comunità scientifica” su un concorso di Sociologia politica da me impugnato al TAR e su cui sta attualmente indagando la Procura della Repubblica di Chieti, dati i profili penali, oltre che amministrativi, emersi nella vicenda. Preciso che la Procura della Repubblica di Chieti è stata invitata a indagare sull’operato di alcuni commissari non dal sottoscritto, che si è limitato al processo amministrativo, ma dal Rettore di Chieti.

In seguito alla mia impugnazione, ho ricevuto minacce da parte di professori ordinari (anche telefonicamente, cosa assai rischiosa in un’epoca di tabulati e di registrazioni!), i quali si sono a me rivolti in questi termini: “Tu non immagini il male che hai fatto a te stesso rivolgendoti alla magistratura. L’Università ha le sue regole. Non vincerai mai più un concorso e ai concorsi futuri pagherai per ciò che hai fatto”. Alcune di queste minacce, anche se in forma meno aggressiva ed esplicita, mi sono state nuovamente rivolte in occasione del recente convegno nazionale di Sociologia a Milano, cui ho partecipato.

Ciò che è successo a Chieti tra il 19 e il 21 maggio 2010 fornisce, a mio giudizio, una misura precisa del degrado cui è giunta la sociologia italiana. Lascio ad altri l’individuazione delle cause: mi limito ai fatti. Vorrei, innanzitutto, presentarmi. Mi chiamo Alessandro Orsini, ho 35 anni, laurea in Sociologia a Roma “La Sapienza” con media del 110 al momento della discussione, ricercatore confermato di Sociologia politica a “Tor Vergata”, autore di 7 volumi e numerosi articoli. Il mio ultimo “Anatomia delle Brigate rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario” è un libro di sociologia storica di circa 500 pagine, attualmente in corso di pubblicazione in molti Paesi per i tipi della Cornell University (pubblicazione marzo 2011 con il titolo di “Anatomy of the Red Brigades. The Religious Mindset of Modern Terrorists” ) e ha recentemente vinto il Premio Acqui Storia 2010, che alcuni autorevoli studiosi considerano “il più importante riconoscimento in Europa alla saggistica storico-scientifica” (“La Repubblica”, 23 settembre 2010). Sono stato invitato a esporre le mie ricerche anche ad Harvard, MIT, Johns Hopkins, Brookings Institution, Boston College, Umass Boston. Sono stato favorevolmente recensito da accreditate riviste americane. Ho però perso tutti i concorsi di professore associato cui mi sono presentato perché, secondo le parole di una professoressa ordinaria, preposta alla gestione dei concorsi di Sociologia politica per conto di una precisa componente accademica: “E’ stata condotta un’indagine su Orsini (santa pace, un’indagine!) e nessuna componente accademica considera Orsini suo membro”, cosa peraltro assai vera perché non ho mai voluto aderire a nessuno di questi “gruppi”. Vinsi da “outsider” un dottorato senza borsa in “Teoria e storia della formazione delle classi politiche” a “Roma Tre”, dopo avere perso tutti gli altri concorsi ai dottorati di Sociologia “perché i posti”, così mi veniva ripetutamente spiegato, “sono tutti già assegnati e tu non hai la raccomandazione giusta”.

A Chieti, dopo avere appreso dai verbali pubblicati dal MIUR che un membro della commissione aveva segnalato le irregolarità commesse dai suoi colleghi, ho deciso di presentare istanza di acceso agli atti concorsuali. Ho così scoperto che uno degli idonei presentava tre monografie di ridottissime dimensioni pubblicate da una tipolitografia locale della provincia di Chieti (non una vera casa editrice: una tipolitografia locale!) presenti in ZERO biblioteche italiane e ZERO biblioteche straniere e che non aveva nemmeno un saggio su rivista scientifica dotata di referee anonimo. Alcuni commissari a Chieti hanno giudicato tali lavori alla stregua di “capolavori della sociologia politica contemporanea” (giudizi pubblicati online), rifiutandosi di valutare – come emerge dai verbali e come è scritto nella segnalazione di un membro della commissione – la diffusione delle opere dei candidati nella comunità scientifica e la loro collocazione editoriale (criteri previsti dalla legge, ribaditi nella seduta preliminare dagli stessi membri della commissione e ripresi anche dall’AIS). Il professore “ribelle” ha dichiarato alle autorità competenti di essere stato “minacciato” di firmare i verbali perché altrimenti vi sarebbero state ritorsioni su alcuni candidati, i cui profili, già scritti ma non ancora firmati, sarebbero stati peggiorati con conseguenti danni per la loro carriera futura. La commissione ha così messo a verbale il proprio rifiuto di riconvocarsi per avere il tempo necessario a effettuare gli accertamenti necessari, in base al principio dell’autotutela della Pubblica Amministrazione invocato dal sociologo “ribelle” (4 voti contro 1: verbali online).

Uno dei fatti su cui si basa l’impugnazione è emerso in sede di accesso agli atti: nel plico di uno degli idonei, organicamente legato a una precisa componente accademica e da questa sostenuto, era presente un libro edito nel marzo 2009, a dispetto di un bando che si era chiuso nel luglio 2008. Il libro (anche in questo caso una monografia di ridottissime dimensioni) i cui contenuti corrispondono in larga parte al profilo del candidato voluto dalla Facoltà banditrice del concorso (la Facoltà di Scienze sociali) non avrebbe dovuto essere valutato, secondo quanto stabilito dalle leggi in vigore ribadite dalle numerose sentenze del Consiglio di Stato sulle opere in corso di stampa (che non possono essere valutate nei concorsi universitari). Per accedere agli atti concorsuali e ottenere una dichiarazione scritta del responsabile Ufficio Concorsi dell’Università di Chieti, attestante le violazioni formali e sostanziali della procedura concorsuale, ho dovuto richiedere l’intervento di una gazzella dei Carabinieri presso il Rettorato. Il mio unico sollievo in quelle giornate così tetre mi è provenuto da alcuni dipendenti del Rettorato di quell’Università, i quali, in presenza di testimoni, mi hanno detto: “Fai bene! Bravo! Impugna al TAR che è una vergogna! I commissari di sociologia politica sono andati avanti a litigare fino alle 23 e uno di loro è poi stato anche ricoverato per un malore al cuore. Lo sappiamo bene perché anche noi siamo tornati a casa di notte” (il professore “ribelle” aveva finito per sentirsi male: anche questo è scritto nei verbali!). Al momento della chiamata dell’idoneo, il Consiglio della Facoltà di Scienze sociali si è diviso. Dieci (10) professori hanno votato a favore; nove (9) professori si sono assentati. Due professori, che erano venuti a conoscenza dell’intervento dei Carabinieri presso il Rettorato, hanno abbandonato per protesta il Consiglio di Facoltà, lasciando a verbale una dichiarazione in cui esprimevano forti critiche sulle procedure seguite nella stesura del bando di concorso e nel modo di procedere alla chiamata dell’idoneo (accesso agli atti da parte del ricorrente).

Durante l’ultimo convegno di Sociologia dell’AIS a Milano-Bicocca, in seduta plenaria, alcuni sociologi hanno cercato di individuare i requisiti minimi per garantire un minimo di imparzialità nella selezione dei candidati più meritevoli. Tra questi, la collocazione editoriale delle opere e la loro diffusione nella comunità scientifica. Ho trovato la cosa grottesca. La mia esperienza mi insegna che il problema della sociologia italiana è un problema culturale e che non vi sono regole scritte che possano porvi rimedio. La mancanza di senso della funzione pubblica è estremamente radicata tra i sociologi e vi è un’inciviltà, diffusa e profonda, a vari livelli. Nella sociologia italiana il merito non ha alcuna importanza. Non dico che è secondario, dico che è del tutto irrilevante. Si può vincere un concorso soltanto se si appartiene a una componente potente, fatta eccezione per i soliti casi “rari e eccezionali”, che per fortuna esistono.

Dopo la pubblicazione di “Anatomia delle Brigate rosse” alcuni ordinari della mia disciplina hanno detto che io non sarei un sociologo della politica, ma un sociologo generalista (nonostante sia iscritto alla sezione di Sociologia politica da dodici anni). Nei concorsi di sociologia generale, però, sono stato respinto perché, così è scritto nei verbali, “la produzione scientifica del candidato Alessandro Orsini pertiene alla sociologia politica” (ma insomma, mettetevi d’accordo!). In questi mesi di concorsi imminenti, sono stato definito dagli ordinari della mia disciplina come segue: “Psicologo sociale”, “Storico contemporaneista”, “Storico delle rivoluzioni”, “Storico delle dottrine politiche”, “Sociologo dell’economia”, Sociologo generalista”, “Storico dell’Italia repubblicana”, “Storico del terrorismo nell’età moderna e contemporanea”. A Milano non ho potuto trattenermi dal ridere quando un ordinario (un ordinario di peso) mi ha detto: “Orsini, ho letto il tuo libro. Secondo me, è più un libro di storia moderna, cioè no, forse storia moderna no, però credo storia contemporanea. Sì, direi storia contemporanea”. E così mi sono ritrovato a ricevere uno dei massimi riconoscimenti europei alla saggistica scientifica per sentirmi dire (giuro che mi è stato detto): “Ecco, hai vinto il Premio Acqui Storia 2010: lo vedi che non sei un sociologo!”.

 

Le mie conclusioni? Non mi aspetto giustizia dall’accademia italiana. Le mie uniche speranze le ho riposte nella magistratura. L’unico modo per uscire dalla crisi in cui si trova la sociologia italiana è un patto generazionale tra i giovani studiosi. Il patto è: i concorsi truccati si impugnano. Se i commissari disonesti avranno la certezza del processo amministrativo (in alcuni casi anche del processo penale) e della ricusazione nei concorsi futuri, le ingiustizie diminuiranno.

Il mio proposito per il futuro? Continuare a non aderire a nessuna componente accademica. Vorrei una sociologia diversa che dica ai giovani studiosi: “Studia, pubblica articoli interessanti e vincerai i concorsi”. Ciò che un giovane studioso impara, sin dalla sua prima socializzazione nella sociologia italiana, è: “Legati a un gruppo accademico potente”. Quando mi reco a Boston o a Washington, la prima domanda che mi sento rivolgere dagli studiosi che non mi conoscono è: “What’s your topic?”. In Italia, la prima domanda che riceve un giovane dottorando di ricerca è: “Con chi collabori?”. E non venite a dirmi, come qualcuno ha già fatto, che ciò di cui parlo riguarda la crisi dell’istituzione universitaria e non la crisi della sociologia. Scusate, i sociologi si formano nelle Università oppure nelle pizzerie? Dove vengono organizzati i dottorati di ricerca? Dove avviene la trasmissione delle competenze e dell’etica professionale del sociologo, se non nelle Università? Se la selezione non premia il merito; se ai sociologi del domani viene insegnato che bisogna inchinarsi ai “signori dei concorsi” piuttosto che coltivare l’autonomia intellettuale e l’inclinazione allo spirito critico, chi porterà la sociologia italiana fuori dalla crisi?

Ai giovani sociologi pieni di passione che guardano sconcertati a questo dibattito, dico: non abbiate paura. Nella sociologia italiana esistono forze sane e professori coraggiosi che stanno cercando di organizzarsi. Ne ho conosciuti, ci sono. Le cose cambieranno. Il futuro sarà migliore.

 

Alessandro Orsini

Ricercatore di Sociologia politica

Università di Roma “Tor Vergata”

Facoltà di Lettere e Filosofia

Deborah Fraccaro, 13-08-2010, 08:55
Il punto di vista di una dottoranda

Buongiorno a tutti, 

sono una dottoranda in Sociologia e vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che appaiono rilevanti della mia posizione: mi limiterò a tre questioni che mi pare non siano state affrontate nei contributi precedenti.

In primo luogo mi riferisco all’ignoranza che esiste attorno alla Sociologia, perlopiù in ambiente extra accademico. Molti interlocutori hanno difficoltà a capire che cos’è la Sociologia e a cosa serve. Da qui deriva la poca considerazione che la disciplina gode nell'opinione pubblica. Sfortunatamente, la difficoltà a rispondere alla domanda sull'utilità della Sociologia rimane presente anche nei neolaureati in sociologia quando si trovano ad affrontare il mercato del lavoro e faticano a trovare lavoro come sociologi. Questa poca considerazione è secondo me dovuta anche al fatto che le istituzioni preposte a valorizzare la nostra disciplina nell'opinione pubblica non fanno abbastanza. Io ho vissuto un anno a Parigi per il mio primo anno di cotutela di tesi e ho potuto constatare una migliore percezione della sociologia francese da parte dell'opinione pubblica. Questo potrebbe essere collegato alla storia della nostra disciplina, ma a mio parere non solo. Credo che molto dipenda anche da come la sociologia francese sa comunicare se stessa all'esterno.

        In secondo luogo, mi riallaccio alla questione della frammentazione della disciplina. La perdita dei legami tra i contributi teorici e i contributi empirici, i tipi diversi di sociologia scientifica e non (che Boudon ha chiamato sociologia scientifica, sociologia espressiva e sociologia critica) e la suddivisione della sociologia in settori poco comunicanti sono a mio avviso indicatori di una fragilità metodologica della disciplina. È necessario che i contributi dedicati a questi aspetti siano maggiormente letti e messi a frutto nelle riflessioni.  Un altro aspetto legato alla frammentazione riguarda i network a cui appartengono i sociologi. Nelle pubblicazioni si fa spesso riferimento solo ed esclusivamente agli appartenenti al proprio gruppo e la Sociologia rischia sempre più di essere composta di isole chiuse, con conseguenze importanti sulla cumulabilità della conoscenza.

        Infine, riallacciandomi al primo punto, dovrebbe esserci maggiore chiarezza interna ed esterna alla disciplina, rispetto alle reali necessità in Italia di ricercatori in Sociologia. Mi pare, che allo stato attuale il sistema accademico non sia in grado di dire quanti nuovi sociologi potranno essere assorbiti in un tempo medio-lungo e che fuori dal contesto accademico non esista una domanda costante ed importante di dottori di ricerca in Sociologia. La discussione su una disciplina scientifica dovrebbe, a mio avviso, riguardare anche l’organizzazione delle persone che si dedicheranno professionalmente ad essa, sia in ambito accademico che fuori. Per esempio in Italia esistono tre associazioni di sociologi professionisti extra accademici (http://www.ans-sociologi.it e http://www.sois.it/  http://www.sociologi.eu ) ma non mi pare che queste organizzazioni e l’AIS comunichino tra di loro e se lo  fanno è attraverso dei contatti occasionali (c'è il link di un'associazione professionale nel sito AIS). A mio avviso, è necessario che tutte le istituzioni che si dedicano alla sociologia formino un coordinamento dedicato al progetto di promuovere la disciplina presso le istituzioni e presso l'opinione pubblica.

Mi auguro di aver offerto qualche spunto utile per la discussione. Un saluto a tutti. 

 

Deborah Fraccaro.

 

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